La grammatica del vento

Damiano Meo
Damiano Meo, giornalista.

Due non colori in un amplesso. Uno attrae, uno respinge. Bianco e nero in un definirsi e ridefinirsi, colmarsi, respingersi, sporcarsi, rincorrersi. Come gesso sulla lavagna, calce sul mattone, polvere sul mobile, neve sull’asfalto, bianchetto sull’inchiostro, cenere sul terriccio: amalgamarsi, mischiarsi, in un’eterna rincorsa tra opposti: pieno e vuoto, luce ed ombra, presenza ed assenza.

Il sostrato concettuale è la cancellazione. Cancellazione del buio con la luce, cancellazione della luce con il buio. Cancellazione come riformulazione di un codice semantico basato sulla nebulosità di un non detto, di una grammatica del vento, di una sintassi dell’impercettibile. Le opere di Allegretti non suggeriscono significati e significanti espliciti, come non lo fa la nebbia al mattino e l’acqua che evapora dalle saline.

Le opere di Allegretti vogliono portare le nuvole entro quattro mura, per suggerire che, forse, ci si può sempre assentare, almeno un frangente, da se stessi, nella leggerezza di una contemplazione rilucente. Ed espandersi sul biancore di una parete in un contenuto incontenibile, in una tendenza alla continua aggregazione e disgregazione di attimi ed atomi in cui si è custodi unici della soggettività del tempo, oltre le forme e le righe, in un caos quieto, in un cambiamento di stato momentaneo e assoluto.
Sprigionarsi. Nebulizzarsi. Spandersi. Per poi ricomporsi, con i ritmi della giornata e del vento.

Damiano Meo, giornalista.


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